La Comunicazione non verbale per lo scrittore Mark Twain: “Le parole non dicono nulla a meno che non indichino un’esperienza vissuta”.

Come dimostra in questo brano tratto dal suo “Un americano alla corte di Re Artu’”.

“La mattina del quarto giorno, proprio mentre sorgeva il sole e noi camminavamo già da un’ ora nell’aria frizzante dell’alba, giunsi a una risoluzione.

Le cose non potevano andare avanti in quel modo: il re doveva essere addestrato, altrimenti anche un gatto avrebbe riconosciuto in quell’uomo un imbroglione travestito e non un contadino.

Perciò chiesi di poter fare una sosta e dissi: – Sire, fra i vostri abiti e il vostro contegno c’è troppa discordanza. State troppo eretto, e la vostra espressione è troppo altera, troppo sicura… Dovete imparare il trucco, imitare i segni della povertà, della miseria, dell’oppressione e dell’insulto. Se la vostra Maestà permette possiamo fare un esperimento.

– Se è necessario, d’accordo. – – Immaginate, Sire, di essere alla porta di quella capanna laggiù. La famiglia vi sta di fronte. Avanti, per favore, rivolgetevi al padrone di casa. – – Servo, porta un sedile e servimi le vivande che hai. – – Ah, Sire, questo non va! Quella gente non si chiama “servo” l’un l’altro.-

– Allora bisogna che provi di nuovo. Come lo chiamerò? Vediamo… lo chiamerò “villano”! – – No, no: potrebbe essere un uomo libero…- – Ah, già. Allora dovrei chiamarlo “buon uomo”. –

– Questo andrebbe bene, Maestà, ma meglio ancora sarebbe se lo chiamaste “amico” o “fratello”. – – Fratello! A simile sudiciume? – – Ma anche noi stiamo fingendo di essere sudiciume come quello. –

– Questo è vero. Lo dirò. “Fratello, porta un sedile e insieme le vivande che hai” Adesso va bene? –

– Non proprio del tutto, sire. Innanzi tutto non avete accompagnato la richiesta con un “se ti piace” o “per pigrizia di Dio”. Poi avete domandato per una persona sola, non per noi; e noi siamo in due. –

Il re appariva perplesso. Intellettualmente non era quel che si dice un peso massimo. La sua testa era una clessidra: poteva racchiudere un’idea, ma doveva farlo un grano alla volta.

– Volete avere un sedile anche voi , e sedervi?-

– Se non mi sedessi insieme a voi, l’uomo si accorgerebbe che facciamo solo finta di essere uguali, e anche che recitiamo piuttosto male. –

– Ben detto, è giusto! Che cosa meravigliosa è la verità, quale che sia la forma nella quale essa si presenta! Già, egli deve portare sedili e cibo per due e, nel servirci, non deve presentare né brocca né tovagliolo con maggior dimostrazione di rispetto per l’uno piuttosto che per l’altro .-

E così via, e cosi via…

Lo addestrai a rappresentare a turno ogni genere di persona sfortunata e sofferente per crudeli privazioni e disgrazie.

Ma non erano altro che parole. Le parole non dicono nulla, a meno che non indichino un’esperienza vissuta.

Per esempio, ci sono persone sagge che parlano con simpatia e partecipazione dei “lavoratori”, ma che restano intimamente persuase che una giornata di duro lavoro intellettuale sia molto più faticosa di una giornata di duro lavoro manuale, e che la prima vada compensata molto più profumatamente della seconda.

E quando lo pensano sono sinceri: perché, come ben capite, sanno tutto delle opere dell’ingegno, ma non hanno mai provato quelle del braccio.”